Laura Ressa intervista Mark Mc Candy

Voglio scriverti un articolo di carta, Mark. Sì, uno di quelli che puoi sfogliare con le dita unte di olio extravergine di oliva mentre cuoci le zucchine cantando “Sono una donna, non sono una santa“.
Voglio scriverti un articolo di carta che tu possa declamare mentre scendi le scale tra un “Ti lascerò” di Fausto Leali e una canzone della Pavone.
Voglio scriverti un articolo di carta cercando di imitarti e sapendo che da te ho sempre tanto, troppo da imparare.
Voglio scriverti che rivederti il 1° aprile mi è sembrato un segno del destino e che le lacrime di gioia mi rigavano il volto quando, venendomi incontro e vedendo che indossavo piumino pesante e sciarpa in primavera, hai esclamato con vigore “Moh, fa un cazzo di caldo!“.
Voglio scriverti un articolo di carta, un articolo diverso da quelli didascalici o promozionali, un articolo scritto da chi ti ha conosciuto anche solo per un breve tratto di strada fatto assieme che sembrava lungo un secolo.
Voglio scriverti un articolo struggente che tu possa leggere a tua moglie sussurrandole “Cara, vedi, è lei la blogger con la quale mi stavo intrattenendo amabilmente mentre cercavi di parlarmi al cellulare“.

Voglio scrivere un’intervista fatta a forma di intervista, con le domande e le risposte che si susseguono, alternate, in una fitta catena inesorabilmente incasellata.
Però con te rompere gli schemi è facile e mi ritrovo disarmata di fronte alla pagina bianca mentre mi chiedo come si possano schematizzare o ridurre alla sintesi le impressioni, gli aneddoti, le parole che mi hai detto.
Voglio scriverti un articolo di carta, sì, fosse solo per dirti che ogni volta che indosso il cappotto ricordo come mi prendevi in giro mentre mi allacciavo la cintura: “Pare che devi salire sul deltaplano!

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Io e te seduti al tavolino di un bar.
Comincia così, con una spremuta e due spallucce incredule, il tuo racconto di questa stravagante avventura letteraria. Ogni tanto dai uno sguardo alle notifiche del tuo smartphone, io invece cerco di pensare a domande intelligenti da porti anche se mi esce soltanto un “sei una sagoma!” tra le risate.
Il racconto va a finire, come sempre quando si prende l’aria della masseria, a magnare ferri di cavallo come se non ci fosse un domani, come se il cameriere avesse portato quella comanda lì davanti a te per sbaglio e, visto che ci sei, li mangi a quattro ganasce.

Anche le tue storie, come ferri di cavallo, si snocciolano con facilità, come si trattasse di caramelle o cioccolatini da scartare e mandar giù con ingordigia, come se ci si trovasse inermi davanti ad un gustoso pacco di popcorn, come se si trattasse di lupini da addentare voracemente per strada dalla busta di plastica che li contiene. I lettori attendono una nuova storia di Mark Mc Candy come si attende che la radio trasmetta il proprio pezzo preferito.

Prendo spunto da qualsiasi cosa: da un film, da una canzone, da una storia sentita casualmente per strada, dai personaggi della mitologia. Lo stile varia e mi piace cambiare spesso visuale calandomi totalmente nei panni dei miei personaggi.
Mi piace soprattutto inventare dialoghi e quando li scrivo mi sposto proprio fisicamente. Se sto scrivendo la battuta di lei, ad esempio, mi sposto da un lato. Per scrivere la battuta di lui mi sposto dal lato opposto. Mi sento un cretino in quei momenti, ma funziona” mi riveli senza nascondere l’ilarità di immaginarti mentre scrivi e ti sposti per cambiare prospettiva.

Nei miei racconti le donne sono sempre ironiche, intraprendenti, argute. Sono il sesso forte per eccellenza e mi piace riscattare la figura femminile donandole il ruolo che le appartiene. Nelle mie storie la protagonista femminile è una che accetta il povero uomo cretino di turno come fosse un totale tenero deficiente.

Mi parli entusiasta di questo progetto, nato per caso e cresciuto per volontà: la volontà di fare finalmente qualcosa che ti piace, di aprire anche a chi non ti conosce il tuo mondo fatto di battute, risate e canzoni da musical. È una passione, quella per la scrittura, che ti accompagna da sempre e che riesce a ripagarti pienamente con le lacrime, i commenti e la gioia che susciti in chi ti legge.

Per tanti lettori i tuoi racconti sono una boccata di ossigeno, un toccasana da poter prendere a piccole dosi (o in pillole) senza l’ansia di dover leggere un capitolo di 50 pagine o un tomo di enciclopedia prima di andare a dormire.
Le tue storie si leggono nel tempo di attesa del metrò e, se il lettore abita a Bari, può avere l’immensa fortuna di riuscire a leggere, nell’attesa del bus successivo, anche 5 o 6 delle tue storie.

Gli uomini non capiscono un cazzo!” mi dici, ridendo sotto i baffi, mentre ti chiedo chi siano i tuoi lettori più assidui.
Ho notato che le donne commentano i miei post in maniera arguta e sempre pertinente; gli uomini, invece, leggono poco in generale e i pochi commenti che fanno non sono inerenti al racconto in sé“. Non ne parli con tono polemico e questo mi piace. Ci scherzi su, con i tuoi dati Google Analytics alla mano.
Mentre mi parli del numero di visite registrate sul blog (tantissime) e del piano che hai in mente per proseguire e continuare a scrivere racconti, cerco di capirci qualcosa di più sugli spunti ai quali attingi e su come nasce ogni nuova Candy Story.
Credo si tratti di un’alchimia, una commistione di situazioni ed esperienze che non si riescono a spiegare in maniera didattica.

Ho deciso di non parlare né di calcio, né di politica, né di religione. Ovunque ti giri e ti volti, gli argomenti ormai sono soltanto quelli. Mi piace l’idea di poter essere un outsider e giocare d’inventiva” affermi disinvolto brandendo un altro ferro di cavallo.
Là dove sembra manchino argomenti, spunti tu come un fiore nel deserto, una penna nel mare o un calamaio nella dispensa. Una voce realmente fuori dal coro che ci riavvicina alla parte più burlona di noi, forse dimenticata troppo prematuramente nello scantinato insieme alla Graziella e al gioco dell’oca.

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Chi è Marco?
Intenditore di cibo (e di bombette di carne), narratore incallito di storie folli e grottesche, cantante da viaggio in auto, inesauribile vaso di Pandora da cui fuoriescono a ciclo continuo slanci di comicità degni dei narratori più navigati. Questo è il Mark Mc Candy che in tanti hanno conosciuto come Marco De Candia.

La lunga e felice liaison tra Marco e il suo alter ego Mark affonda le radici in un passato da terzino durante le partitelle di calcio tra compagni di brigata. L’avventura narrativa è nata, giusto qualche annetto più tardi, con la seguitissima pagina Facebook, è proseguita con il blog e ora si traduce finalmente in un libro, edito da Radici Future, (“una cosa fisica, tangibile, tattile” come la definisce l’autore stesso): una raccolta di sessantacinque mini storie da gustare con il sorriso sulle labbra, con una risata sarcastica o con una lacrima che scende dolcemente sul viso.

Un mondo delicato quello di Marco De Candia: un universo intriso di fantasia, sempre ricco di spunti di riflessione, sagacemente acuto e con ritmi comici che farebbero impallidire persino i mostri sacri per immediatezza ed efficacia narrativa.

Certe volte inizio a scrivere e mi lascio portare dalla storia. Non so neanche io dove voglio arrivare finché non arrivo alla fine del racconto.
Se la storia che ho scritto mi fa ridere, mi emoziona o mi fa commuovere la pubblico, altrimenti no. La possibilità di osservare in tempo reale le reazioni di chi mi legge è un’opportunità fantastica: si comprendono subito gli umori suscitati e poi la comunità che si crea sotto ogni nuovo post vive di vita propria. La gente comincia a raccontare le proprie esperienze, i ricordi suscitati dalla lettura di ciò che ho scritto.
I miei lettori impazziscono soprattutto quando do vita ad oggetti inanimati o invento storie totalmente surreali.

Quando chiedo a Marco come faccia a scrivere racconti che racchiudano così tanta ironia, sarcasmo, arguzia in un contesto web connotato spesso da scarsi argomenti e poca voglia di svilupparli, mi risponde sicuro:
Mi viene naturale. Scrivo storie da quando ero ragazzo, anche se allora lo facevo solo per gli amici.
Sai, prima pensavo ai progetti seri ai quali tutti pensano a 30 anni: trovare lavoro, metter su famiglia, mettere la testa apposto. In quei progetti il sogno della scrittura restava sempre lì, relegato in un cassetto tra le mille battute estemporanee scritte per diletto. Scrivere non è banale, adesso devo farlo pensando alle persone che mi leggeranno. Dalle fesserie per gli amici sono passato in poco tempo a scrivere storie che in tanti leggono e quindi ho un dovere morale nei loro confronti. Ora voglio perfezionarmi: è arrivato il tempo di fare finalmente quello che mi piace davvero e di farlo bene!

Laura Ressa – Blogger

https://frasivolanti.wordpress.com/2017/04/06/avanti-ce-un-post-il-libro-di-mark-mc-candy-ha-il-gusto-di-un-sorriso/

 

 

 

 

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