IL VECCHIO MURATORE

Faccio la portinaia in un vecchio palazzo costruito poco dopo l’Unità d’Italia. Ha un bel cortile, imponente. E’ tanto che sono qui. Prima c’era anche mio marito ed i miei figli. Poi lui è morto. I figli sono andati per lavoro in altre città. Mi hanno detto “Vieni da noi” ma io sto bene nel mio appartamento da custode. L’assemblea condominiale ha deciso che sarò l’ultima portinaia. Dopo di me aboliranno la figura del portiere e l’appartamento verrà usato per altri scopi.

Se devo essere sincera non voglio andare via perché si è creata una bella amicizia con una persona che abita qui. Non so molto di lui ma è sempre gentile e mi racconta un sacco di cose. Storie di tanto tempo fa, storie che mi sembra di non capire ma lui me le fa capire spiegandomi come ascoltarle e a cosa prestare attenzione.

Abbiamo una nostra agenda di appuntamenti fissi nella settimana. Non vedo l’ora di  chiudere la portineria e salire da lui per i nostri rendez-vous.

La domenica, che è il mio giorno libero,  pranziamo insieme e lui vuole sempre preparare da mangiare. Mi impedisce di aiutarlo. Allora mi siedo in cucina e parliamo mentre lui cucina.

“Enrico, ti chiedo sempre che lavoro facevi ma non sono riuscita ad avere mai una risposta chiara. Non vuoi parlarne?”

“Adele, ho fatto il muratore e continuo a farlo ancora adesso”

“Il muratore? Non voglio sottolineare la tua non più giovane età ma il muratore è un lavoro faticoso. Per quale impresa lavori? Dai mi stai prendendo in giro…”

Enrico, scherzando “Beh guarda che muscoli. Sono un muratore tra i più forti” e scoppia a ridere.

Continua Enrico “Hai ragione non faccio sforzi fisici. Cerco di guidare e di aiutare i giovani muratori ad imparare l’arte dell’essere muratore, del costruire. Li seguo da quando sono apprendisti per dare loro un metodo e per farli crescere. E’ un lavoro che faccio da anni e che mi ha dato molte soddisfazioni.”

Adele, mentre cerca le posate, “Cosa costruite?”

“Siamo muratori strani, costruiamo, costruiamo ma non riusciamo mai a finire. Ci piace lasciare le costruzioni senza tetto per osservare la notte il cielo stellato. Adele per oggi basta parlare del mio lavoro. Ora continuo a cucinare. Vorrei mangiare a mezzogiorno in punto.”

Adele capisce o meglio non capisce bene e cambia discorso. Vuole portare Enrico sul suo terreno. Sa di avere un debole per lui che è cresciuto negli ultimi mesi. Lo trova attraente per i suoi modi di fare, ha gli occhi che gli brillano e certe volte lo trova estremamente seducente alla faccia dei suoi settantanni.

“Enrico, posso farti una domanda?”

“Certo. Ma non di lavoro.” Ride di gusto

“Sei tu che ogni lunedì mattina mi lasci una spiga di grano sul davanzale della portineria?”

“Si. Sono io. E’ il mio modo di dirti che mi piace passare il tempo con te. La spiga vuol dire che il tempo con te  può essere fecondo di nuove cose. Sei una persona vivace e curiosa. Io non sono uno di tante parole e mi trovo più a mio agio ad esprimermi  con simboli.”

Adele si avvicina ad Enrico per portargli le posate. Enrico ha le mani impegnate e Adele ne approfitta per baciarlo tra la guancia e l’angolo della bocca. Sai quel posto del “io vorrei, non vorrei, ma se vuoi…”?

“Grazie. Mi hai detto delle parole bellissime. E’ quasi mezzogiorno in punto. E’ tutto pronto?”

“Sì tutto è giusto e perfetto. Possiamo andare a tavola”

“Enrico, ma hai messo anche le spighe a tavola?” sorride Adele.

“Oh non si sa mai… Buon appetito Adele”

“Buon appetito e buona domenica…vecchio muratore”

 

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