IL PANE DI MARISA

Oggi è giorno di mercato. Il sabato mattina al paese nostro c’è il mercato nelle vie principali. Vendono un sacco di cose. Mamma mi ci porta ogni volta. Viene anche una zia di mia madre dal paese vicino. Quando c’è zietta (la chiamiamo tutti così perché ha un fisico piccolino) io sono più contento perché mi compra sempre qualcosa. Oggi vorrei un sacchetto di biglie colorate per giocare con Pinuccio che abita nel palazzo di fronte al mio. Succede sempre che zietta pranza da noi e poi papà e mamma l’accompagnano al paese suo nel pomeriggio.

“Mariolino, noi accompagniamo zietta. Staremo fuori qualche ora. Meglio se stai dalla signora Popolizio. Vuoi che ti porto io o ci vai da solo?”

 “No mamma ci vado solo. Tanto è al piano di sotto. Mi passi a prendere tu quando tornate?”

 “Sì ciao.”

 La signora Popolizio abita sotto di noi. Non so quanti anni ha. Da quando sono nato mi sembra sempre uguale. E fa sempre il pane. Lo fa per tutto il palazzo e poi lo porta anche al panificio del fratello. Non ha televisione a casa sua e non posso vedere la tv dei ragazzi del pomeriggio. Non ha neanche la radio. Allora mi siedo vicino al tavolo e guardo come fa il pane, come fa avanti e indietro dalla credenza per prendere piatti e attrezzi vari. Sono innamorato delle sue mani. Le vedo muoversi, afferrare la “massa”, sbatterla sul tagliere di legno, mettere la farina con rapidi movimenti di polso. Ogni tanto mi dice “Mariolì la uè trombàtù la mà” e mi ci fa mettere le mani dentro e stringere. Lei si mette dietro di me e poggia il mento sulla spalla di destra per darmi i consigli sotto voce nell’orecchio. Certe volte mi fa il solletico sul collo con i suoi baffetti e mi viene da ridere. Papà la chiama Zorro per via del suo vestire sempre in nero e per i baffetti corvini. Mamma lo riprende quando dice queste cose ma anche lei ride e cerca di non farsi vedere per non dargli soddisfazione.

Ora bussano al portone e lei si affaccia alla finestra per vedere chi è. Vedo che fa un gesto con la mano bianca di farina per invitare a salire non so chi. Però la sua faccia è diversa. Più scura. Mi dice “Mariolì ppiacè vattin nella mia camera da letto. Vatt a lesce nù libbre”. Obbedisco subito. Nella sua stanza ho dei libri che lascio sempre qui. Quando ero più piccolo rimanevo a dormire con lei quando i miei tornavano tardi da cene o feste e mi ero fatto una scorta bella grossa.

Intanto sento le voci. Marisa, così si chiama la signora e pure io la chiamo così, sta parlando con qualcuno. Salgo in piedi sul letto e sbircio dall’apertura in alto che dà sulla cucina. Ora lo vedo chi è. È Minguccio, un lavorante del panificio del fratello di Marisa. Mi sa che hanno una storia o almeno così dice la gente.

Marì m’fà mpazzì quanne te vegghe cà stè a tròmb la mà

Uuuuh, semb ù stess fatt disce, cang ù dische ognettand

Marì Marì viin dò ca t’vogghie vdè….a la nuude

Eeeeeehhh ma c’cazz stà a disce, cà stè ù uagnun a l’ada vanne. Non s’pote fè nudd jusce.

Marì, meh m’metch nude sope au tagliere e tù…meh cà sì capiiit

Minguccie vì ca tù non sì normael…c’tiin in caepe!?

E’ una trattativa senza fine. Mi rimetto a leggere il mio libro. Sento ancora le voci che sono diventate sempre piu basse ed anche i ritmi sono diversi. Poi sento un urlo soffocato e niente più. La porta di casa si apre e poi si chiude. Mi affaccio dalla camera da letto e vedo Marisa con il vestito tutto sporco di farina che  sta canticchiando mentre fa il pane “Questo è l’amor che viene e va….”.

Ritorno in cucina. Marisa mi fa un gran sorriso. “Mariolì, mò t’fazz dù pagnottelle tutte pttè, cà c’mitt la mortadella e fai merenda.” E mi abbraccia forte.

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