ATTILA

Sansone è un omaccione che mette paura solo a vederlo. Oggi sembra un bambino. Piange appoggiato ad un grosso pino. Asciuga le lacrime con un fazzoletto ormai fradicio. Attorno a lui altri colleghi commossi. Qualcuno singhiozza, qualcun altro riesce a trattenersi stringendosi all’amico vicino.

Lungo il viale che porta al cimitero hanno parcheggiato i loro mezzi. Saranno almeno cinquanta camion. Sembra il blocco degli autotrasportatori al Brennero e invece è un giorno di lutto. Non è mancato uno di loro. Tra di loro si conoscono, hanno bevuto e mangiato insieme tante volte negli autogrill, nelle trattorie sulle statali o nei bar sperduti tra i paesini delle valli.

Hanno perso un riferimento, un simbolo dell’accoglienza, una mano tesa nelle pause dei lunghi viaggi con i loro tir da un capo all’altro dell’Italia. Una voce amica che ti teneva compagnia per quel poco che bastava per riprendere il viaggio più forti e carichi di entusiasmo. E quando non aveva il resto ti diceva, con quella voce rauca tipica di chi fuma tanto, “Non ti preoccupare Ninì, me li dai la prossima volta”.

Sansone si stacca dal pino e fa un passo avanti. Prende un foglietto che ha in tasca e inizia a leggere con fatica, ha ancora gli occhi lucidi:

“Ci chiamassi tutti Ninì come se noi altri sarebbimo un cosa sola, la tua famiglia. La famiglia che ti ha voluto bene per tanti anni. All’inizio eravamo giovani tutti. Anche tu. Tu che ci hai imbarato un sacco di cose e che ci hai raccontato la tua storia che poi è diventata la nostra storia.  All’inizio restassimo sorpresi perchè il tuo nome non era normale. Tu mi dissi che il tuo vero nome e cognome non lo dicessi perchè non volevi essere trovata. “Chiamami Attila. E’ il mio nome per stare sulla strada. Faccio questo per vivere.” Hai avuto sempre belle parole per noi. Quando abbiamo avuto momenti difficili ci hai imbrestato anche i soldi e noi non lo abbiamo dimenticato. Quando eravamo per strada anche il giorno del nostro compleanno ci hai sempre preparato la torta. Mettevi sempre lo stesso numero di candeline anche se gli anni passavano. Dicevi “per me siete sempre gli stessi. Auguri Ninì”

Sansone si ferma, la voce rotta dall’emozione. Poi riprende tra i sorrisi malinconici ed affranti dei colleghi.

“Attila, ci ricordiamo ancora quando incominciarono ad arrivare le ragazze dell’est tutte giovani e quelle scure dai paesi africani. Una rivoluzione. Avevi bisogno di far capire che tu eri il simbolo della vallata e stringemmo un patto con te. “Nessuno di voi si azzardi a toccare quelle nuove”. E così facemmo. Dopo poco tempo iniziarono ad andare via perchè nessuno si fermava. Ritornasti ad essere tu, Attila, la nostra unica compagna di viaggio.

Ti abbiamo protetto dai malintenzionati con la nostra rete di baracchini che ci hanno sempre consentito di arrivare in tempo per evitare problemi.

Ci mancherai Attila, ci mancheranno i tuoi caffè con la moka, la tua casetta sulla statale che sapeva di casa, la luce dietro la finestra che voleva dire che eri impegnata. Da oggi i nostri viaggi lungo lo stivale non saranno più gli stessi.”

I camionisti, tutti commossi, lanciano fiori e si voltano per non soffrire ancora. Sansone è l’ultimo ad andare via. Attila aveva avuto proprio lui come partner dell’ultima volta. Un legame oltre la statale.

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