L’OLFATTO

Con l’auto devo passare a prendere una persona che ho sentito solo una volta al telefono. È per lavoro. Dobbiamo andare da un cliente.  Dopo aver parlato al telefono ci siamo collegati su FB e Linkedin e poi ho guardato un po’ di foto, post e informazioni giusto per capire con chi avrò da lavorare.

Certo non gli dico che ho visto che nel luglio 2009 è stato in Turchia e la bionda che stava con lui in barca l’avevo scambiata per un parabordi, quelle cose arancioni che si mettono al fianco della barca per non strisciare le altre nelle manovre di attracco nel porticciolo. Metti che è la moglie, non voglio fare gaffe. Oppure che tra le raccomandazioni che ha su Linkedin ne ho visto una fatta da un consulente che conosco e che le fa sempre uguali per tutti.  Anche la mia è identica a quello che devo incontrare.

 

So  molte cose di lui e gli  farei volentieri una battuta su quella schifezza di vestito che aveva in un matrimonio di qualche suo parente (nella foto quelli taggati avevano quasi tutti lo stesso cognome suo). Aspetterò il momento giusto.

 

Mi rendo conto, guidando, che so quasi tutto di questo tizio e non gli ho ancora stretto la mano. Metto un pò di musica e vedo che ora sta ascoltando qualcosa su Spotify, cosa ascolta? Ah beh non male bei gusti, fermo la macchina un attimo per vedere qualcos’altro,  tanto  sono in anticipo.  Ma guardalo qui con la sua tenuta da montagna, lo zainetto, la piccozza e i calzettoni rossi e scenario alpino alle spalle. E qui al mare con il costumino alla Mark Spitz, gli mancano solo le spalle e le medaglia d’oro.

 

Finalmente arrivo. Gli sorrido. Gli faccio un cenno per fargli capire che sono io quello che sta aspettando. Mi riconosce e sorride anche lui. Entra in auto. Stretta di mano vigorosa. Le frasi di rito sul tempo o sul lavoro sono ormai sorpassate. Capisco che lui sa tutto di me come io di lui. Ha fatto quello che ho fatto io. Ci siamo fatti i fatti l’uno dell’altro”

 

“Sei dimagrito?” mi dice complimentandosi “In Grecia, cinque anni fa, eri bello pienotto” “A casa fate spesso il sushi, siete bravi” “Tua moglie ha cambiato smalto alle dita dei piedi rispetto allo scorso anno, si è indirizzata su colori più scuri” “Se non sbaglio avete fatto quattordici volte la carbonara negli ultimi mesi e tre volte gli spaghetti con le cozze, però se vuoi un consiglio cambiate ogni tanto la tovaglia, ho visto la stessa per circa il 65% delle volte”

 

“Beh sì sono un pò dimagrito.  E tu hai risolto il problema della moto che si è fermata domenica scorsa?” ormai la ricognizione reciproca sta andando verso la fine.

 

“Si si la moto è stata sistemata. Lo sai che a casa siamo stati tutti in apprensione quando avevate perso Zago? Una volta recuperato l’ho detto ai miei figli che sono stati contentissimi.”

 

Zago è il mio pastore tedesco ed era scappato. Comunque ora tutto bene. Mi fermo con la macchina e scendiamo. Il processo di ricognizione è quasi completo. Conosco il suo curriculum professionale, conosco quanto basta di lui in privato e della sua famiglia, delle sue passioni e delle sue abitudini. La mano l’abbiamo stretta e quindi anche un contatto fisico c’è stato. Ho sentito la voce e così anche l’udito è stato soddisfatto.

 

Ci fermiamo davanti all’ingresso dell’azienda dove dobbiamo lavorare. Ci guardiamo con la consapevolezza che manca l’ultimo tassello per conoscerci. Lui si libera della borsa posandola sulla scalinata e così faccio io. Apriamo le braccia e ci lanciamo in un abbraccio forte e maschio. Sento il suo odore, il suo profumo e lui il mio. Il tutto dura pochi secondi, giusto il tempo per completare la ricognizione informativa.

 

“Ora sappiamo tutto di noi, andiamo a lavorare” riprendiamo le borse e saliamo la scalinata dell’ingresso.

 

“Certo che al matrimonio del tuo parente Alberto avevi un abito di dubbia eleganza, non trovi?” affondo la battuta, ormai siamo intimi.

 

“Ma sei stronzo? Pensa allo smalto di tua moglie” mi risponde. Mi rendo conto che c’è da lavorare ancora sull’affiatamento.

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