Prevenzione 4.0

Quando si parla di salute e di prevenzione ecco quello che succederà.

Un civico di un portone qualsiasi. Arriva l’autoambulanza del 118. Scende un operatore e citofona.

“Chi è?”
“Siamo del 118, il signor Alberto Deguidis?”
“Si sono io”
“Signor Alberto, in base al monitoraggio in remoto dei suoi valori pressori, alle statistiche sulle persone di sesso maschile della sua età, allo stile di vita, ed alla cronologia della sua navigazione in internet dovrebbe avere un malore tra circa quindici minuti”
“Ma che sta dicendo io sto benissimo”
“Dicono tutti così prima. Le consiglio di prepararsi una piccola borsa con pigiama, spazzolino e qualche libro così ci portiamo avanti per il ricovero più tardi”
“Ma mi faccia il piacere! Siete dei tirapiedi, e non mi posso agitare altrimenti mi sento male…Ah..mamma mia mi sento male…bastardi…oddio..a..h..a…h…aiuto…..”
“Ora veniamo su non si preoccupi, arriviamo”
“Tonino vedi che sta da regolare il sistema di controllo. Oggi è il terzo che veniamo a prendere e stanno tutti in anticipo di dieci minuti”

DAL MURO TORTO A PIRAMIDE

Il traffico di Roma nelle ore di punta dà il meglio di sé. Viale del Muro Torto, tra il Pincio e Villa Borghese,  è un’unica colonna di auto che si muove lentamente al ritmo dei semafori e de li mejo mortacci loro.

Alex De Carolis è in auto verso l’albergo. E’ atterrato a Fiumicino dove era atteso dall’autista dell’organizzazione del premio letterario che lo vede tra gli scrittori finalisti. Mancava da Roma da tanto tempo. Appoggia la testa al finestrino e guarda scorrere luoghi una volta familiari come diapositive sfocate.

“Dottore vuole ascoltare un pò di musica?” l’autista gentile cerca lo sguardo di Alex nello specchietto retrovisore per una conferma.

“Sì grazie” e si mette a guardare fuori. Vede un bar che conosce, in piazza del Popolo, e pensa a quante volte era stato seduto a quei tavolini con Laura. Gli sembra di vederla seduta lì con i capelli neri lunghi annodati in una treccia con la testa appoggiata alla sua spalla a ridere di niente o dei conti da pagare al fornaio che le faceva credito. Non si annoiava mai ed era innamorata.

Mentre affiora il dolore del rimpianto malinconico di quel trascorso l’autista alza il volume della canzone che inizia ad entrare in circolo come un analgesico. Il pianista di Barry Manilow segue il ritmo cardiaco di Alex che al refrain “oh Mandy and you kissed me and stopped me from shaking…..” chiude gli occhi per un attimo. Viene riportato subito nel mondo reale dalla vibrazione di qualcosa nella tasca interna della giacca.

Lo schermo si illumina. E’ il suo agente letterario.

“Alex, allora? Sei carico? Essere tra i cinque finalisti è un risultato fantastico. Le macchine sono pronte a stampare decine di migliaia di nuove copie del tuo libro. Io arrivo domattina. Tu che fai stasera?”

“Si ciao, penso di mangiare qualcosa in albergo. Magari dopo cena faccio due passi.”

“Oh dalla voce mi sembra che stai andando ad un funerale, diamine sei nella top five!!”

“Si scusa, ero sopra pensiero, non tornavo a Roma da anni e mi sono distratto a guardare fuori dal finestrino. Dai chiamami domani quando arrivi in albergo”

“Ok. E non andare a mignotte stasera che mi fai scoppiare uno scandalo prima della premiazione!! Ahahahah.. Ti ci porto io dopo la cerimonia!”. E giù risate grasse.

Osvaldo Taddei, l’agente letterario di Alex, era uno squalo dell’editoria e conosceva una quantità esagerata di entraineuse, accuratamente catalogate nella sua mitica rubrica rossa rigorosamente cartacea. Non sopportava le sincronizzazioni del telefono con il pc.

Si muoveva come pochi e conosceva mezzo mondo. Era lui che aveva portato Alex nei piani alti dopo aver intuito il suo talento prorompente. Dopo i primi libri aveva sfondato definitivamente con l’ultima opera. Osvaldo godeva a farlo intervistare, a farlo andare in giro e ogni volta che leggeva le classifiche delle vendite gli si illuminavano gli occhi. Alex era diventato uno degli autori top della sua agenzia.

L’auto si ferma davanti all’albergo e Alex scende. L’autista gli porge il trolley “A presto dottor De Carolis e in bocca al lupo per domani”.

“Crepi.” Alex accenna un sorriso e si avvia verso l’ingresso tirando il trolley con una mano. Nell’altra ha l’agenda piena di appunti e sull’avambraccio pende il suo impermeabile beige. I capelli di Alex sono tanti e disordinati. Sembra di vedere Tony Musante in Anonimo Veneziano.

Nella hall c’è molta gente. Il premio letterario è l’evento clou della settimana a Roma. Ci sono giornalisti, esponenti di case editrici, autori e qualche volto noto della tv che presenta il suo immancabile libro.

Alex si presta con il sorriso a qualche selfie con eleganti signore, sue accanite lettrici. Finalmente, tra un saluto ed un “ti stimo molto”, riesce a farsi dare la tessera magnetica per salire in camera.

“Un attimo dottor De Carolis” lo ferma la receptionist “c’è qualcosa per Lei”.

La ragazza in divisa  si gira e prende una busta dalla cassetta 402. “Ecco.”

“Non sa chi l’ha lasciata?” chiede Alex.

“Non saprei, l’ho trovata qui. Io ho iniziato il mio turno da poco e la mia collega è già andata via. Mi spiace non posso aiutarla.”

“Non si preoccupi, era solo curiosità. Grazie lo stesso” mette la busta in tasca e va verso l’ascensore.

La camera è al fourth floor come dice la voce automatica nella cabina che silenziosa si dirige verso l’alto. La tessera scorre nella fessura magnetica e la porta si apre facendo vedere ad Alex il monitor illuminato della tv con la scritta “Welcome Mr. Alex De Carolis”.

Ora la mano dello scrittore cerca la busta. La apre. Riconosce subito la scrittura. E’ di Laura. Quando erano all’università i suoi appunti erano sparsi per casa e ricorda perfettamente il suo stile, l’inclinazione delle vocali e quella “effe” che si agganciava sempre alle lettere del rigo superiore.

Continua a tenere in mano il foglio, sorride ora leggendo quello che c’è scritto.

“Quando ho letto che saresti venuto a Roma ho fatto di tutto per essere domani in platea. Laura.”

Si siede sul letto con il foglio in mano e pensa a quella telefonata in cui Laura gli disse che non potevano continuare a stare insieme. Che mazzata. Se ci pensa sente lo stesso dolore di trent’anni fa.

Sembrava andare tutto bene. Poi il primo impiego fuori Roma. Tanti chilometri. Tante telefonate. Tanti chilometri. Meno telefonate. Tanti chilometri. Poche telefonate. Una telefonata e poi basta. Per la lontananza diceva Laura all’inizio. Invece era uno che si chiamava Lanfranco Gutta e che le era sempre stato dietro. Forse più carino di Alex. Sicuramente tenace. Non aveva mai perso la speranza e quando Alex lasciò Roma si fece trovare pronto ad aprire lo sportello dell’auto.

Anche se gli anni hanno messo tonnellate di storie su questa ferita, non c’è verso di chiuderla completamente. Alex ora è qualcuno, uno scrittore famoso, tante relazioni, un matrimonio alle spalle, una nuova liaison in piedi da poco. Eppure leggere il biglietto ha accelerato i battiti cardiaci quel tanto che basta per farlo incazzare, per farlo sentire vulnerabile. Non lo sopporta.

Squilla il telefono. “Ciao De Carolis, ceni con noi stasera?” la voce inconfondibile di uno dei suoi antagonisti per il premio di domani.

“Ciao, molto volentieri. Vi raggiungo nella hall tra dieci minuti”. E pensa che non aveva nessuna voglia di stare a parlare di libri. Un male necessario per evitare di pensare che avrebbe incontrato Laura il giorno dopo.

“Ground Floor”. Escono prima i due giapponesi e poi Alex. Un paio di jeans e una camicia con le maniche arrotolate sono la sua divisa informale.

Passando vicino alla reception per raggiungere il gruppo viene chiamato dal ragazzo in divisa che gli porta una busta.

“Dott. De Carolis l’hanno lasciata poco fa. Stavo per portargliela su ma visto che è passato di qua, eccola.”

L’apre ma non sembra essere la scrittura di Laura.

“Se vuoi bene a Laura prendi un taxi e fatti portare alla fermata della metro a Piramide. Scendi dal taxi e non ti muovere. Mi faccio viva io. E non avvisare la Polizia. Se fai come ti dico non ci facciamo male e poi andiamo tutti a casa contenti.”

“Ma questa è una folle..” pensa Alex mentre raggiunge i colleghi per congedarsi adducendo la scusa di un impegno improvviso..che poi non è una scusa ma non lo deve dire.

“De Carolis ma dai..non ci crede nessuno. Sei qui a Roma, domani abbiamo la premiazione, dovevi venire a cena e ora te ne vai…hai trovato un troione!!! Ahahaha”

“Sì devo ammetterlo, mi è venuta una gran voglia di sesso stasera e non riesco a trattenermi..” sorride a fatica allargando le braccia per scusarsi. “Ci vediamo domani…poi vi racconto” conclude dandosi un atteggiamento da tombeur de femmes.

Raggiunge il taxi fuori dall’hotel. “Per favore mi porti alla fermata della Metro a Piramide” “Dottò venti minuti e semo lì”.

Alex ha una compagna, Vera, ed è il caso di farle una telefonata. Una telefonata per dire che sta andando a cena con alcuni finalisti e che la chiamerà con calma domattina per raccontarle come è andata. E così fa.

Dopo poco Alex vede spuntare in lontananza la punta della Piramide Cestia. Ci siamo quasi. “Dottò semo quasi arivati. Ecco. Va bene qui?”

“Si certo. Quanto le devo?”

“So’ venti euri. Je dispiace si nun je faccio la ricevuta? Mì fijo s’è scordato de compra’ er blocchetto.”

“No no va bene così. Eccoli, grazie”

“Bonasera”

Alex scende e si ferma. Guarda intorno. Vede la gente che va di fretta a prendere la metro. Autobus che arrivano e scaricano ragazzi e turisti. Cerca con lo sguardo qualcuno che sembri venirgli incontro. Passano più di dieci minuti poi ecco che si avvicina una ragazza sui venticinque trenta anni.

“De Carolis mi segua. Si metta al mio fianco e non faccia domande.”

“Come non faccio domande? Mi avete mandato un biglietto..” la ragazza lo interrompe.

“Te ripeto che nun me devi fa’ domande. Io nun so’ gnente. Te devo solo porta’ in un posto qua vicino.”

Arrivano ad un portone. La ragazza citofona. Una voce risponde “Siiii chi è?”

“Semo noi, vaffanculo” poi guarda Alex e quasi si scusa per la parolaccia. “E’ la nostra parola d’ordine” dice spingendo il portone pesante con le due mani.

“Stia qui fermo. Aspetta che te faccio un segnale co’ le mano”.

In fondo all’atrio si apre una porta e Alex intravede una donna che parla con la ragazza. La ragazza alza la mano verso Alex ed entra.

Nello stesso istante esce la donna con cui stava parlando. Lo scrittore non riesce a vedere il viso a causa della luce alle spalle della donna.

“Ciao De Carolis”.

Ora può vederla. E’ Laura. Si abbracciano per due interminabili minuti. Sembra che i trent’anni siano stati spazzati in colpo solo.

Alex completamente preso dall’abbraccio non si è accorto di due uomini armati che sono fermi ad alcuni metri.

Laura lo guarda negli occhi “Non ti preoccupare sono le mie guardie del corpo. Poi ti spiego. Vieni.”

Tenendosi per mano entrano dalla porta dove anche la sua accompagnatrice era entrata. Salgono una piccola rampa e si ritrovano in una stanza arredata e con una luce calda. Una tavola apparecchiata, un divano e in sottofondo la canzone degli Eagles “I can’t tell you why”.

Laura si volta verso le due guardie del corpo rassicurandoli che è tutto a posto.

“Signora noi stiamo qui fuori per qualsiasi cosa”

“Si grazie ragazzi”.

Ora Alex vuole sapere. “Laura, mi puoi raccontare cosa vuol dire tutto questo? I biglietti, le guardie del corpo, vorrei parlare di tante cose…”

“De Carolis mettiamoci sul divano così ti racconto. Beh ma non mi hai detto come mi trovi, se sono cambiata,..il solito distratto, lo scrittore, il pensatore..”

“Scusami ma sono ancora in confusione..”

“Allora De Carolis, ho le guardie del corpo perchè quando mio marito, Gutta, è morto ho preso le redini dell’organizzazione che aveva messo su lui. Ho ristoranti, alcune agenzie di scommesse, quattro scuderie di cavalli da corsa, una catena di supermercati, otto stazioni di rifornimento carburante e cinque negozi di abbigliamento sacro attorno al Vaticano. I ragazzi mi fanno stare tranquilla. Guadagno molto bene e me lo posso permettere. Ho voluto vederti stasera perchè ho saputo che domani ci sarà alla premiazione un giudice che mi ha preso di mira su alcune operazioni immobiliari e mi avrebbe dato fastidio trovarlo tra i piedi. Preferisco non farmi vedere in giro e questo è un posto sicuro.”

Alex ha ascoltato Laura senza perdere una parola, le espressioni del suo volto. Sembra più dura nei lineamenti, forse per la vita che conduce, ma quando lo chiama De Carolis sembra che non sia cambiato nulla. Lo aveva chiamato sempre così, per cognome.

“Sai che ho letto i tuoi libri? Anche quello con cui sei candidato domani. Mi è piaciuto molto.” si sfila la giacca scoprendo la fondina con una pistola. “La porto sempre con me. Non si sa mai. Ho imparato a sparare con mio marito. Sono brava.”

Ora sono sul divano. Alex ha connesso quasi tutti i puntini ed ha un quadro comprensibile della situazione.

“Mi abbracci? Mi tieni stretta e poi ceniamo?” Laura si stende di spalle su Alex che la avvolge con le braccia.  Le guance si sfiorano e Laura inclina la testa scoprendo il collo.

Il messaggio è chiaro. Baciami sul collo….per iniziare.

“Ma Alex hai una compagna!” la coscienza gli urla nella testa.

“Ma è una situazione straordinaria, irripetibile, sono costretto dagli eventi” cerca di convincersi lo scrittore che va tutto bene e che deve andare così. Dopo quello che gli ha detto Laura non vuole tirarsi fuori dallo scorrere dei fatti.

E’ una scena che hanno già visto. Sul divanetto della discoteca “Rainbow” alcuni decenni prima. Erano in un gruppo di amici inseparabili e tra loro qualcosa era scattato ma c’era bisogno dell’incidente scatenante. Stavano ballando My Girl dei Madness ed alla fine si buttarano stremati sul divano. Laura inciampò e finì esattamente nella stessa posizione di adesso.

“Scusa De Carolis sono inciampata. Ti dispiace se resto un po’ appoggiata così? Sono stanchissima.”

“Si si nessun problema.” Aveva la gamba piegata ma decise di non muoverla per non rompere l’equilibrio perfetto che si era creato a costo di perdere l’uso dell’arto inferiore.

Gli amici che ballavano li videro baciarsi tra i fasci delle luci stroboscopiche. Tutta la discoteca si muoveva e loro no. Chiusi in una bolla senza suoni ma solo respiri.

Ecco, ora sono proprio come allora fermi sul divano. Laura racconta di quello che è avvenuto in questi anni e così Alex. Si vede da lontano un miglio che parlano del passato per arrivare in fretta al presente e riprendersi quello che il tempo e la lontananza gli avevano portato via.

UN REDDITO INCOMPRESO

“Buongiorno”

“Buongiorno”

“Vorrei un’informazione. Posso?”

“Dica pure.”

“Io sono un finto invalido ed ho una pensione di 280 euro al mese. Posso accedere al reddito di cittadinanza?”

“Certo ma dobbiamo decurtare l’importo che prende già in modo fraudolento. E poi bisogna vedere se ha abitazioni di proprietà.”

“Beh ho una casa dove vivo ma è abusiva, non risulta al catasto. Per la luce siamo attaccati alla pizzeria di fronte che ha molti Kw. Abbiamo un gentleman agreement per il quale facciamo lavatrice e lavastoviglie quando loro sono chiusi. Per l’acqua siamo attaccati con bypass ad una conduttura dell’acquedotto ma cerchiamo di consumare i metri cubi che ci spettano di diritto senza fare eccedenza. Cerchiamo di essere corretti per quello che si può.”

“Ah ok. Certo. Se fosse stata accatastata avremmo dovuto decurtare altri 280 euro. Meglio così. Percepisce altri redditi?”

“Ho l’indennità di disoccupazione.”

“Accidenti, e di quanti euro è?”

“380 euro. E’ grave?”

“No, no, non è grave ma va sottratta al reddito di cittadinanza da percepire. Siamo già a 660 euro da decurtare. Sono rimasti 120 euro e meno male che ha una casa abusiva.”

“Beh sono sempre 120 euro. Meglio di niente.”

“Io la devo avvisare però che per questi 120 euro avrà una serie di incombenze mica banali.”

“Cioè?”

“Innanzi tutto ci sarà un tutor che la seguirà e che controllerà se spende correttamente questi 120 euro, se va sul portale ogni giorno a vedere le offerte di lavoro, se frequenta i corsi di formazione per riqualificarsi e soprattutto se va al centro scommesse…eh…eh…eh..”

“Per 120 euro? Devo frequentare un corso?”

“Certo e se non accetta le offerte di lavoro perderà i 120 euro.”

“Vabbè ma io avevo capito tutta un’altra cosa….che avevo diritto ad un reddito. Prima mi decurtano quei pochi soldi che ho e poi devo pure seguire un corso…Allora non mi conviene per 120 euro tenere questo rompicoglioni che mi controlla se vado a scommettere, se mi collego al portale… no, no, non mi interessa. Stato infame che non aiuta quelli come noi, sono dei ladri… Senta c’è una ricevitoria per giocare al lotto qui vicino?”

La mia casa letteraria

Il 15 Febbraio 2019 sarò ospite, con i miei libri, de “La mia casa letteraria” nata il 26 gennaio 2018 a Torino dall’idea della scrittrice Antonella Caprio. Una volta al mese la scrittrice torinese apre le porte di casa sua a chi ama la buona lettura, l’arte in genere, la conversazione, la convivialità, e insieme a Mariarita Mercurio racconta ai suoi ospiti un libro, attraverso i vari linguaggi artistici, per poi condividere un apericena collettivo. Due donne che hanno fatto della loro passione per la lettura un modo originale per trascorrere una piacevole serata in compagnia di libri e di amici.

VIALE DEL MURO TORTO

Il traffico di Roma nelle ore di punta dà il meglio di sé. Viale del Muro Torto, tra il Pincio e Villa Borghese,  è un’unica colonna di auto che si muove lentamente al ritmo dei semafori e de li mejo mortacci loro.

Alex De Carolis è in auto verso l’albergo. E’ atterrato a Fiumicino dove era atteso dall’autista dell’organizzazione del premio letterario che lo vede tra gli scrittori finalisti. Mancava da Roma da tanto tempo. Appoggia la testa al finestrino e guarda scorrere luoghi una volta familiari come diapositive sfocate.

“Dottore vuole ascoltare un pò di musica?” l’autista gentile cerca lo sguardo di Alex nello specchietto retrovisore per una conferma.

“Sì grazie” e si mette a guardare fuori. Vede un bar che conosce, in piazza del Popolo, e pensa a quante volte era stato seduto a quei tavolini con Laura. Gli sembra di vederla seduta lì con i capelli neri lunghi annodati in una treccia con la testa appoggiata alla sua spalla a ridere di niente o dei conti da pagare al fornaio che le faceva credito. Non si annoiava mai ed era innamorata.

Mentre affiora il dolore del rimpianto malinconico di quel trascorso l’autista alza il volume della canzone che inizia ad entrare in circolo come un analgesico. Il pianista di Barry Manilow segue il ritmo cardiaco di Alex che al refrain “oh Mandy and you kissed me and stopped me from shaking…..” chiude gli occhi per un attimo. Viene riportato subito nel mondo reale dalla vibrazione di qualcosa nella tasca interna della giacca.

Lo schermo si illumina. E’ il suo agente letterario.

“Alex, allora? Sei carico? Essere tra i cinque finalisti è un risultato fantastico. Le macchine sono pronte a stampare decine di migliaia di nuove copie del tuo libro. Io arrivo domattina. Tu che fai stasera?”

“Si ciao, penso di mangiare qualcosa in albergo. Magari dopo cena faccio due passi.”

“Oh dalla voce mi sembra che stai andando ad un funerale, diamine sei nella top five!!”

“Si scusa, ero sopra pensiero, non tornavo a Roma da anni e mi sono distratto a guardare fuori dal finestrino. Dai chiamami domani quando arrivi in albergo”

“Ok. E non andare a mignotte stasera che mi fai scoppiare uno scandalo prima della premiazione!! Ahahahah.. Ti ci porto io dopo la cerimonia!”. E giù risate grasse.

Osvaldo Taddei, l’agente letterario di Alex, era uno squalo dell’editoria e conosceva una quantità esagerata di entraineuse, accuratamente catalogate nella sua mitica rubrica rossa rigorosamente cartacea. Non sopportava le sincronizzazioni del telefono con il pc.

Si muoveva come pochi e conosceva mezzo mondo. Era lui che aveva portato Alex nei piani alti dopo aver intuito il suo talento prorompente. Dopo i primi libri aveva sfondato definitivamente con l’ultima opera. Osvaldo godeva a farlo intervistare, a farlo andare in giro e ogni volta che leggeva le classifiche delle vendite gli si illuminavano gli occhi. Alex era diventato uno degli autori top della sua agenzia.

L’auto si ferma davanti all’albergo e Alex scende. L’autista gli porge il trolley “A presto dottor De Carolis e in bocca al lupo per domani”.

“Crepi.” Alex accenna un sorriso e si avvia verso l’ingresso tirando il trolley con una mano. Nell’altra ha l’agenda piena di appunti e sull’avambraccio pende il suo impermeabile beige. I capelli di Alex sono tanti e disordinati. Sembra di vedere Tony Musante in Anonimo Veneziano.

Nella hall c’è molta gente. Il premio letterario è l’evento clou della settimana a Roma. Ci sono giornalisti, esponenti di case editrici, autori e qualche volto noto della tv che presenta il suo immancabile libro.

Alex si presta con il sorriso a qualche selfie con eleganti signore, sue accanite lettrici. Finalmente, tra un saluto ed un “ti stimo molto”, riesce a farsi dare la tessera magnetica per salire in camera.

“Un attimo dottor De Carolis” lo ferma la receptionist “c’è qualcosa per Lei”.

La ragazza in divisa  si gira e prende una busta dalla cassetta 402. “Ecco.”

“Non sa chi l’ha lasciata?” chiede Alex.

“Non saprei, l’ho trovata qui. Io ho iniziato il mio turno da poco e la mia collega è già andata via. Mi spiace non posso aiutarla.”

“Non si preoccupi, era solo curiosità. Grazie lo stesso” mette la busta in tasca e va verso l’ascensore.

La camera è al fourth floor come dice la voce automatica nella cabina che silenziosa si dirige verso l’alto. La tessera scorre nella fessura magnetica e la porta si apre facendo vedere ad Alex il monitor illuminato della tv con la scritta “Welcome Mr. Alex De Carolis”.

Ora la mano dello scrittore cerca la busta. La apre. Riconosce subito la scrittura. E’ di Laura. Quando erano all’università i suoi appunti erano sparsi per casa e ricorda perfettamente il suo stile, l’inclinazione delle vocali e quella “effe” che si agganciava sempre alle lettere del rigo superiore.

Continua a tenere in mano il foglio, sorride ora leggendo quello che c’è scritto.

“Quando ho letto che saresti venuto a Roma ho fatto di tutto per essere domani in platea. Laura.”

Continua……

LA TRILOGIA DI ULLAPOOL

Susan Miller è una biologa di trentotto anni. Molto brava. Molto carina. Molto vegetariana. Molto fidanzata. Per lavoro è ad Inverness, nella parte alta della Scozia. Uno sciopero nei trasporti le fa decidere di prendere un’auto a noleggio per rientrare a Glasgow dove vive e lavora.

Il tempo è molto brutto. Piove e le Highlands sono spettacolari e spettrali. La strada che costeggia la scogliera è esattamente ciò che comunemente intendiamo per “orlo del precipizio”.

Manco a farlo apposta, in questo scenario dantesco, mentre alla radio va Io mi fermo qui dei Dik Dik, l’utilitaria della Hertz si spegne.

Susan è una tosta. Non si scompone più di tanto. Prende lo smartphone ma… no signal.  ’Sti cazzi… e ora?

Buio, pioggia, strada deserta, mare in tempesta. Ci manca solo che arrivi uno con la torcia all’improvviso dalle tenebre. E, infatti, eccolo. Bussa al finestrino. Non si riesce a vedere il suo viso. Ha una giacca con cappuccio per proteggersi dalla pioggia. Susan apre un po’ la portiera e questo qualcuno le chiede: “Ha problemi con la macchina? Io sono il guardiano del faro di Ullapool. Venga dentro, non stia qui. Non c’è segnale per i cellulari. Provo a chiamare un meccanico con il telefono di servizio.”

“Ok, vengo.” Susan esce dall’auto, si copre come può e insieme si avviano per una stradina sterrata. Dopo cinque minuti, ecco apparire il faro. Il guardiano apre il portoncino e finalmente sono al coperto, al caldo e al sicuro.

“Mi scusi, non mi sono presentato. Mi chiamo Thomas De Bellis. Sono di origini italiane. Son qui da tanto. Venga, le do qualcosa di asciutto. È tutta inzuppata…”

“Grazie davvero, Thomas.”

Susan si accomoda in una stanzetta dove si libera completamente di tutto. Si asciuga con delle salviette bianche che Thomas le ha dato. Mette tutto vicino al termosifone e indossa un maglione di cachemire azzurro con il collo alto. Per la parte di sotto ha avuto un vecchio kilt del clan dei McCandy, nota famiglia scozzese di Ullapool.

“Thomas… non so come ringraziarla. Ora sto benissimo.”

“Sono riuscito a contattare il meccanico. Sarà qui domattina presto. Stavo preparando la cena… penso che sia meglio mangiare qualcosa.”

Susan ora può osservare meglio Thomas. In pratica era è un misto di tra Highlander, il Gladiatore e il protagonista di Braveheart: la faccia di Sean Connery, capelli grigi, barba appena accennata. Anche lui indossa un maglione a collo alto, il suo è grigio. Vista la morbidezza con cui gli scende addosso, è sicuramente di cahemire. “Che figo, però!…” pensa Susan, mordendosi il labbro inferiore con gli incisivi bianchi.

“Cosa sta preparando? C’è un profumo squisito…”

“Bocconcini di polletto austriaco comprati oggi, tirati con un ottimo vino bianco italiano.”

Susan ha un mancamento. Lei, vegetariana e amante degli animali.

Si rende conto che, nella situazione in cui si trova, sarebbe davvero brutto rifiutare. Ma che sacrificio le toccherà fare!

“È pronto. Si sieda qui.”

Thomas le passa il piatto. Le sorride.

“È il piatto con cui ho vinto le ultime gare culinarie a Ullapool.”

Susan infilza con la forchetta il primo bocconcino: una roba sublime che si squaglia in bocca. Un sapore unico. In due secondi, è costretta a rivedere la classifica dei cibi che le piacciono di più. Thomas la guardava mangiare di gusto ed è contento. Susan sta facendo anche la scarpetta nel sughetto. Una, due, tre scarpette… praticamente un calzaturificio.

Thomas, ridendo: “Susan… Susan!… che io due panini avevo! Ora sono rimasti solo i crackers, devo andare a prendere pure quelli?… Tenga, beva questo vino che la scalderà in un attimo.”

Susan ormai è in uno stato di grazia. Guance rosse, capelli luminosi, sorriso splendido.

Le chiacchiere scorrono tra i due: parlano dei rispettivi lavori, dei loro legami, delle cose che li appassionano. Come due vecchi amici, o forse di più. Sì, di più.

In questi casi, il caminetto è il più grande dei ruffiani. Le fiamme si muovono come danzatrici del ventre. Il tepore scaldal’ambiente, ma soprattutto il cuore.

Thomas si lancia: “Vuoi sentirmi suonare la cornamusa?”

“Davvero sai suonare la cornamusa?”

“Certo! Dopo che ho trascorso ore a guardare il mare, non mi restano molte altre cose da fare… quindi suono, anche discretamente. Aspetta, vado a prenderla.”

Susan si siede sul divano di pelle davanti al caminetto e pensa che questo guasto alla macchina ha creato uno varco temporale in cui stanno saltando tutti i suoi schemi. In fondo, è praticamente nuda, con solo del cachemire addosso, davanti a un tizio che ha conosciuto appena due ore fa, e per di più ha mangiato del filetto di puledro! Se Thomas prendesse qualche iniziativa più… spinta… be’, lei sa già che non opporrebbe alcuna resistenza.

Vediamo come va.

Ora Thomas si siede con la sua cornamusa in grembo e inizia a suonare. È bravissimo. Susan, completamente rapita dai suoni dello strumento, si alza dal divano. Inizia a muoversi e a ballare in una maniera così sensuale che Thomas fa fatica a tenere ferma la cornamusa sul grembo. Il maglione di cachemire nasconde solo teoricamente il corpo di Susan: è come se ballasse senza nulla addosso. Otto minuti di estasi e di ballo come non faceva da tempo. A piedi nudi sulle tavole di legno caldo del pavimento. Ricade sul divano. Thomas ripone la cornamusa. Susan lo invita a sedersi accanto a lei.

“Sei proprio in gamba… cucini benissimo, suoni in modo sensuale… Mi è sembrato che con la cornamusa stessi facendo l’amore…”

“Be’, mi piace suonare, e molto…” Thomas evita di dire che in effetti stava consumando un rapporto completo con l’otre dello strumento.

La mano di Thomas, incidentalmente, sfiora quella di Susan. Nessuno dei due però si scosta. Anzi, ora sono con le mani nelle mani e si fissano negli occhi, come in quel gioco in cui chi ride prima perde.

A Susan sembra di conoscere Thomas da cento anni. Lo guarda da minuti interi. Inizia a conoscere ogni sua rughetta, il battito delle ciglia, ogni ciuffo dei capelli spettinati, la linea del mento, il disegno delle labbra. Per Thomas è lo stesso. Vuole impressionare la sua pellicola con ogni dettaglio di Susan, per sempre.

La tempesta sta per abbattersi sui due. Una tempesta ormonale tale che l’uragano Katrina di New Orleans, in confronto, è una leggera brezza marina.

Susan toglie gli ormeggi. Si sfila il cachemire e rimane così davanti a lui senza dire una parola. Thomas è completamente rapito dalla perfezione delle linee, ma soprattutto dai due punti per i quali passa una ed una sola retta.

Il guardiano del faro apre la braccia e accoglie Susan in un abbraccio lungo e forte. È quello che lui veramente desiderava: un abbraccio. Stringere al petto una donna. Sentirle il cuore battere. Il sesso è l’ultimo pensiero. Ora sarebbe bello anche un bacio. Uno vero, infinito, un ponte tra due pianeti tanto lontani e tanto diversi.

Si addormentano così. Dopo qualche ora, Thomas con delicatezza riveste Susan con i suoi abiti ormai asciutti. L’aria fuori è fresca. Non piove più. Sta per albeggiare. La prende in braccio e la riporta nell’auto senza svegliarla. Intanto è arrivato il meccanico. Thomas si allontana verso il faro. Bisogna spegnere la lampada centrale.

Il meccanico bussa al finestrino e sveglia Susan, che è spiazzata, imbabolata. Ci mette più di un secondo a realizzare di trovarsi in macchina.

“Qualche minuto e la faccio ripartire,” dice il meccanico.

“Ma il faro di Ullapool dove sta?,” chiede Susan.

“Forse vuol dire dove stava… Fu abbattuto da una mareggiata eccezionale nel 1789. Era proprio lì.”

“Ma, io… Lei conosce per caso uno che si chiama Thomas De Bellis?”

“È stato l’ultimo guardiano del faro. Andò via da Ullapool nel 1789, ma non si sa dove… Be’, qui è tutto a posto. Può ripartire.”

“Ma lei non è stato avvisato ieri sera da Thomas?”

“No, io stavo passando da qui… ho visto l’auto ferma e mi sono fermato.”

“Ok. Arrivederci, e grazie…”

Susan entra in auto e vede, sul sedile accanto a lei, il maglione di cachemire azzurro. Lo prende, lo annusa e sente chiaramente l’odore di Thomas. Chiude gli occhi. Sorride.

Adesso la luce è forte e c’è anche un po’ di cielo azzurro. Del faro nessuna traccia.

Ora, via verso Glasgow! E stasera Susan farà tappa in una bella macelleria  per comprare i bocconcini di polletto austriaco.

– Parte seconda

Glasgow. È passato ormai un mese da quando Susan Miller ha vissuto quella nottata magica, svanita poi nel nulla insieme al faro di Ullapool. Le è rimasto solo un maglione di cachemire che porta sempre con sé nella borsa. Continua a pensare a Thomas. Non riesce a liberare la mente. Non vuole liberarsene, anzi, vorrebbe proprio rivederlo, se non si trattasse di un uomo vissuto alla fine del Settecento.

Ora ritroviamo Susan in un pub nel centro città. È lì con la sua amica Beth.  Sul tavolo hanno qualcosa da mangiare e due birre, e parlano. Parlano già da un paio d’ore. Osservandole da lontano, puoi vederle gesticolare, ridere, farsi serie, bere e scrivere qualcosa sui loro bloc-notes. Intanto il pub è gremito.

Il volume della musica è sufficientemente basso per parlare, ma alto quanto basta per riuscire ad ascoltare la canzone che sta andando. Dal labiale delle persone che canticchiano, si capisce è Angie dei Rolling Stones.

Susan: “È stato un sogno bellissimo, Beth… però sfugge alla mia comprensione. Sono una biologa e, normalmente, guardo a cose concrete… ma Thomas ha fatto saltare le mie certezze.” Si interrompe. Si sente osservata. Guarda la grande vetrata che dà sulla strada. Tra gli inserti di legno rosso, sul quadrato di vetro, scorge chiaramente il volto di Thomas, per strada.

Si alza e corre fuori.

Beth: “Susan, che c’è!? Dove corri?”

Per strada non c’è nessuno. Eppure il volto era il suo. L’avrebbe riconosciuto tra mille. Susan rientra nel pub. È un po’ agitata. Il cuore le batte forte. “Mi è sembrato che fosse lui… Anzi, sono sicura che era lui.”

“Ma… lui, chi? Thomas!? Ma, se hai detto che è vissuto nel 1789… come può essere?…”

Susan riprende a respirare normalmente, beve un po’ d’acqua. Si tranquillizza.

Ha avuto giusto il tempo di rasserenarsi, quando uno dei giovani che serve ai tavoli le porta un biglietto.

“L’ha lasciato un signore che è andato via. Mi ha detto di darlo a lei,” dice il ragazzo. Susan legge cosa c’è scritto: “Lanark, 24 febbraio, 22.45. Vieni al vecchio cotonificio.” E poi, rivolgendosi all’amica all’amica: “Mancano due giorni al 24. Devo andare a Lanark. Conosco il vecchio cotonificio.”

“Ma scusa, Susan, non ne sai un cazzo di chi possa averti lasciato il biglietto… e vai in un cotonificio abbandonato alle undici di sera!? Non è normale…”

“Beth, io voglio capire. Se l’autore del biglietto è Thomas, lo devo vedere almeno un’altra volta. Voglio chiedergli chi è… da dove viene… voglio sapere del faro scomparso… Insomma, ho bisogno di rivederlo.” Intanto nel pub va altra musica: è Harry Nilsson, con Without you.

Le due donne prendono con calma le borse, le carte, i bloc-notes, pagano ed escono dal locale.

“Beth, per Lanark sono circa trenta miglia. Neanche un’ora e sono lì. Ti faccio sapere.”

“Avvisami quando sei arrivata. Non fare cazzate. Se vedi che la situazione non ti convince, salta in macchina e vai via.”

“Sono stata già con Thomas. Siamo stati abbracciati e basta. Ci siamo addormentati e poi io mi sono svegliata in auto. Beth… ti ho già detto che devo capire.”

Le amiche si stringono e si baciano. “Ciao.” “Ciao.”

Glasgow, 24 febbraio. Ore 21.30.

Susan si mette in auto. Non sa più chi o cosa aspettarsi. Ha solo un biglietto. Chi troverà a Lanark? L’eccitazione è tanta. Sta facendo una cosa che con la ragione non ha nulla a che vedere, è solo voglia di vivere qualcosa di speciale, di magico. Ha messo il maglione di cachemire azzurro, quasi come se volesse ripetere un rituale già vissuto. Chi non vorrebbe ritornare in un sogno che era stato meraviglioso? Lei, ora, ha solo un pezzo di carta, ma potrebbe essere il lasciapassare per rivivere ancora quella magia. Esclude dunque qualsiasi altra possibilità e va dritta verso Lanark.

Infine, ci arriva. Eccola parcheggiare accanto al vecchio cotonificio. Secoli fa era quasi una città, sorta accanto ad un fiume dove si produceva il cotone per tutto il Regno Unito. Ora è abbandonata, ma le abitazioni sono intatte e ricostruite negli ambienti come se ci fossero ancora gli abitanti. Di giorno è un luogo dove portano in visita le scolaresche. Ora è tutto buio.

Solo una finestra è illuminata.

Susan si avvicina. Le gambe vanno da sole. Il silenzio è totale. Ah, no… si sente un motivo in lontananza. La musica si fa, via via, sempre più forte. Ora riesce a distinguere nitidamente le note di violino… È una melodia struggente.

La finestra è socchiusa. La spinge piano.

Senti dei passi alle sue spalle. “Susan,” dice una voce che riconosce. Lei si gira. È Thomas.

Si avvicinano. Ora sono uno di fronte all’altra. Sembra essere tornati alla notte nel faro.

“Chi sei?” dice Susan, abbracciandolo per sentire ancora una volta l’odore del sogno.

“Thomas. Sono Thomas…” e stringe forte Susan. “Devo dirti un po’ di cose…”

“Non adesso. Aspetta… abbiamo una cosa in sospeso…”

Sono troppo vicini. Le bocche sono troppo vicine. È tutto troppo vicino. Ormai li divide un capello. Restano così per interminabili secondi. È la forma di attesa più bella, tra due amanti: sapere che il destino ormai è compiuto, e che proprio per questo è possibile indugiare ancora, alimentando il desiderio all’infinito.

Ora Susan e Thomas sono una cosa sola, in piedi davanti all’uscio dell’unica casa illuminata nel cotonificio di Lanark. Si sente solo il rumore del fiume che scorre.

La consapevolezza che potrebbe essere l’ultimo bacio li spinge al di sopra di ogni ragionevole stato di innamoramento. Ma anche nei polmoni degli amanti l’aria finisce, ad un certo punto. Ora si guardano come se finalmente avessero incassato il giusto compenso per tutto il tempo trascorso da quella notte al faro fino a questo momento. Le mani tornano a stringersi.

“Entriamo?” Ora Thomas vuole parlare. Ha bisogno di raccontare cose che richiederanno una grande capacità di comprensione.

“Sono qui per capire,” Susan sorride. Sa di essere nel sogno e se lo vuole godere fino all’ultimo attimo. Sarà quel che sarà. E tiene stretta la mano di Thomas.

Ora sono dentro. La porta è chiusa ma la luce è ancora illuminata. Le note di Everybody’s got to learn sometime si diffondono nell’aria.

–  Parte terza

Rieccoci a Lanark, al vecchio cotonificio. Dopo un momento di rara tenerezza, Susan e Thomas sono entrati in quell’unica casa illuminata dell’antico villaggio. Sono ancora lì. È il momento di parlare. Thomas ha preannunciato che dovrà raccontarle qualcosa di importante.

L’aria fuori è fresca è c’è un intenso odore di bosco che si fonde con quello della legna, che intanto brucia nel caminetto della casa.

“Susan, non è facile per me spiegare. Non so neanche se riuscirai a capire…” Le prende la mano tra le sue, e prosegue: “Vivo in una dimensione temporale diversa dalla tua. Non mi chiedere perché, ma ci sono dentro. Riesco ad accedere al tuo mondo solo raramente e non so quante volte ancora potrò incrociare la tua vita. La prima volta che ti ho visto avevi diciannove anni e non sono riuscito a parlarti per due minuti, solo due minuti… Poi, dopo quattro anni in cui non ho mai smesso di cercarti, ti ho rivisto. Ti ho sfiorato tra la gente, ho sentito il tuo odore… poi il varco si è chiuso.” Ora Thomas si ferma e le sorride.

“Tu… mi insegui da anni? Mi cerchi sempre?…” si domanda Susan, poggiando la testa sulla spalla di Thomas.

“Passo la mia vita a cercarti… Capisci qual è stata la mia gioia quando sono riuscito a trovare il varco al faro di Ullapool? Averti tutta per me, anche se solo per qualche ora, è stata la cosa più bella che potesse capitarmi.”

Intanto dalla radio provengono le note di Tears in Heaven di Clapton, che avvolgono le loro parole e i loro pensieri.

“Ma cosa fai nella tua dimensione? Come vivi? Chi c’è con te?”

“Non siamo tanti. Siamo degli errori. Io sono fermo all’età di cinquantotto anni da troppo tempo. Ho solo una chance per uscirne: incrociarmi con te quando anche tu avrai la mia stessa età. Avremo solo dieci ore per trovarci di nuovo. Se dovesse andare bene, potrei rimanere nel tuo spazio per sempre. E potremmo vivere insieme il resto della vita. Capito che storia?”

“Cosa dovrei fare?…” Susan ha perso il senso di orientamento, affascinata completamente dalla storia. Lei, biologa sperduta tra dimensioni temporali e spazi senza dimensioni.

Thomas ora è serio: “Aspettarmi. Tra vent’anni anche tu ne avrai cinquantotto. Proveremo a incontrarci, e riuscire così a poter vivere insieme. In questi vent’anni io cercherò ogni giorno, ogni settimana, ogni mese di trovare il varco per poter stare con te un’ora, un giorno o quello che sarà. Lo so, è una storia difficile…”

Susan lo guarda. Vuole aspettarlo, lo vuole fortemente. Intanto lavorerà, farà la sua vita cercando di non lasciarsi sfuggire i momenti in cui Thomas riuscirà a trovare il varco per incontrarla.

Non ha dubbi. Un uomo innamorato da anni di lei. Un uomo che vive in un’altra dimensione e che passa il tempo a cercare di stare, anche poche ore, con lei. Un uomo che desidera trascorrere la sua vita al suo fianco. Come fare a dirgli di no?

“Quanto tempo abbiamo, Thomas?… Quanto ne hai, questa volta?”

“Ho ancora trenta minuti, Susan. Poi devo andare. Ma era importante dirti la verità…”

“Venti anni, devo aspettarti per venti anni… Vieni qui… e dammi un bacio.”

Susan sa perfettamente che la strada che sta scegliendo di percorrere le riserverà ben pochi momenti felici, ma di un’intensità straordinaria. Le piace pensare di essere cercata continuamente, desiderata come l’aria che respiriamo. Ora chiede un bacio che non è il solito bacio. È un bacio che resterà l’unico, forse per anni, in attesa di un altro che potrebbe arrivare chissà quando.

E poi Thomas la troverà ogni volta cambiata, con il segno degli anni sempre più marcato. Ma questo a lui non interessa, per niente. L’ha vista a diciannove anni, ora a trentotto. Poi… chi lo sa… L’importante è trovarsi pronti per il momento che permetterà loro di continuare, mano nella mano, chissà per quanti anni insieme.

I trenta minuti stanno per esaurirsi. È l’anticamera di un’altra attesa. Susan, però, non è dispiaciuta. Ora sa molto di più su Thomas. Sa, soprattutto, che è il suo uomo. L’uomo che ha sempre desiderato accanto a sé. Thomas vive nella stessa certezza.

Un abbraccio ancora. Ecco, Thomas esce dalla porta, si gira l’ultima volta. Quel sorriso così libero. Ora Susan si stringe nel suo maglione azzurro di cachemire e con la manica si asciuga gli occhi. È convinta che tra vent’anni lo avrà per sempre.

Ora non le resta che tornare a Glasgow. Si guarda la mano sinistra. Senza che lei se ne accorgesse, Thomas le ha messo un anello. Una specie di fede. La sfila e legge all’interno: Forever young.

Entra in auto. Sul sedile, un biglietto infilato in una piccola canna di cornamusa. Lei lo apre: “Ti amo, Susan. Ti amo di più del tempo che ci separa. A presto. Thomas.” Lo stringe forte nella mano. Susan accelera e l’auto parte facendo fischiare le ruote.

A questo punto non resta che andare, andare… verso casa.

Mark Mc Candy a Genova

Il 29 gennaio 2019 alle ore 18,00 presso LaFeltrinelli di Genova in via Ceccardi 18 ci sarà un incontro con l’autore di “Solo post in piedi”. Gli incontri con i lettori sono sempre pieni di spunti e di simpatiche chiacchierate e sono l’occasione migliore per conoscere Mark Mc Candy, seguito sul web da migliaia di persone.

Il dottor Quattrostagioni

Non so come sia successo. Da qualche anno le donne mi pagano per farlo con loro. Ormai ho un giro di clienti fidate. Si è stabilita una complicità reciproca. All’inizio ero molto in difficoltà, non ero abituato a questo tipo di relazione more-uxorio. Entrare in una camera da letto non tua. Guardare foto di mogli che non sono la tua. Stare lì con loro che ti dicono “Mettilo in alto, no più su”  “Spingilo in fondo altrimenti non entra l’altro”.

A casa non ho detto niente. Non voglio essere giudicato. In fondo con mia moglie non lo facevo più. Diceva che la innervosivo nonostante i primi tempi lo facevamo in allegria, ridevamo…era quasi una festa.

Poi con gli anni le cose cambiano e mi sono allontanato. Era sempre una discussione “Sono anni che lo facciamo e ancora non hai capito dove metterlo. Poi lo sai che devi coprirlo con la plastica altrimenti si impolvera e quando me lo ridarai tra qualche mese ci dovrò passare sopra l’aspirapolvere”.

Una volta, tramite un’amica mi trovai a farlo con sua sorella. Iniziò per gioco. Poi tra di loro si è sparsa la voce e ormai lo faccio con tutte. I loro mariti non ne vogliono sapere. Qualche volta restano a vedere la tv in salotto e si affacciano in camera per vedere come procediamo. “Non ti invidio proprio” mi dicono mentre la moglie me lo fa mettere dove dice lei.

L’aspetto bello è che mi pagano. Poi mi offrono anche il caffè e il marito certe volte anche un limoncello. Mi chiamano il dottor Quattrostagioni. Fare il cambio dell’armadio, sistemare i maglioni, le coperte non piace agli uomini. Io sono diventato bravo ma non lo dico a mia moglie. Per me è un lavoro e quando sto a casa non voglio rotture di scatole.

 

PICCOLE CARTELLE CRESCONO

Sei lì con le tue carte di contribuente a flirtare con lei, l’Agenzia delle Entrate, poi rompi gli indugi e decidi di dichiararti…e le fai la dichiarazione.

Tutti sanno che in quei momenti pieni di pathos, in piena tempesta ormonale può esserci una disattenzione, un particolare che sfugge; ma tu sei al settimo quadro e dai l’invio prima di aver controllato, non ci pensi….

Mai che vada via la luce in quei momenti. E’ proprio su quell’errore, quella disattenzione che inizia a prendere vita una creatura che ti cambierà l’esistenza.

Nei mesi che seguono prenderà forma.

Vai alla prima ecografia all’Agenzia delle Entrate e tieni la mano al tuo commercialista. Tu sdraiato sul lettino e il funzionario che mette il gel sul Modello Unico e ti inizia a far vedere “guardi…guardi..si iniziano a vedere le sanzioni….no, la mora non si vede ancora”.

Passano altri mesi e fai un’altra ecografia. “Ecco ora si vedono anche le more e gli interessi sono ormai completi. Le sanzioni ci sono tutte, potete stare tranquilli, complimenti è una Cartella sana. Auguri, auguri”.

Il destino ormai compiuto ti porta ad una sala d’attesa dove altri contribuenti sono in attesa. C’è chi fuma e chi passeggia nervosamente.

Ad un certo punto una sorridente funzionaria si avvicina e dice “Auguri…lei è il destinatario di questa splendida Cartella, pesa tre chili e mezzo. Avete deciso come chiamarla?”

“Pensavamo a Lia, diminutivo di Equitalia”

La prendi in braccio, la guardi, quante righe fitte fitte, non riesci a capire a quale imposte assomiglia. Poi la cartella spalanca gli occhioni e ti fa un sorrisone. Se potesse parlare direbbe “ora starò sempre con te….”

Sarai suo schiavo, dovrai sostenerla, alimentarla, ti commuoverai quando pagherai la prima rata.

Sarai lì in  prima fila quando dovrai fare la recita della rateizzazione e per quanto tu ti possa sforzare lei sarà sempre lì….con te…..per farti sentire vivo…per avere qualcuno di cui prenderti cura….non avere fretta…le cartelle crescono in fretta…goditele fin quando sono piccole.

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